VegVoices Ep.3 con Ilaria Bertini di Good Food Institute

Ilaria Bertini è International PR Manager di Good Food Institute e si occupa dei rapporti con stampe e uffici comunicazione internazionali.

Ilaria aspira a un mondo in cui le proteine alternative diventino la scelta di default, non solo un’alternativa. Auspica un approccio più collaborativo nell’attivismo e sottolinea l’importanza dell’ascolto reciproco e della comprensione nelle discussioni sulla transizione alimentare.

VegVoices è un’iniziativa di BeautiFood Novel dedicata al Veganuary 2024, che amplifica le voci e le esperienze di imprenditori e professionisti attivi nel mondo Veg. 

Una serie di conversazioni coinvolgenti e ispiratrici con esperti del settore esplorano le tendenze e le sfide che caratterizzano il mondo del food vegetale.

Intervista Ilenia Buiatti, fondatrice di BeautiFood Novel e consulente Food Marketing ed Eventi per il settore Veg Innovativo.

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con Ilaria Bertini su Spotify

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Ciao Ilaria. Buongiorno, come stai?

Bene sai sono finalmente ripresi i ritmi regolari di scuola e lavoro, quindi diciamo pronte a ricominciare.

Oggi siamo qui con te con Ilaria Bertini, del Good Food Institute, niente di meno che International PR Manager di Good Food Institute Europe. Praticamente tu ti occupi di dialogare con i Media, con i reparti comunicazione di varie Paesi europei per quanto riguarda la transizione verso un’alimentazione fatta di alternative. Dicci bene di che cosa ti occupi

L’Institute è un’Organizzazione no profit che si occupa di lavorare per creare un sistema alimentare più sostenibile, più sicuro e più equo, e lo fa non nella modalità classica a cui siamo abituati, ma andando ad agire sui metodi di produzione, quindi trasformare il modo in cui produciamo oggi le proteine animali. Questo perché ci saranno sempre persone che sceglieranno determinati sapori, determinati prodotti, e quindi se da un lato è comunque importante incentivare un’alimentazione vegetale, bisogna anche prendere atto del fatto che ci sarà sempre chi sceglierà di consumare determinati prodotti, e quindi è importante anche agire sul lato dell’offerta, non solo della domanda.

Come hai detto tu, io mi occupo di pubbliche relazioni, quindi mi occupo di creare un ambiente che sia positivo e una narrazione che sia positiva intorno alle proteine alternative. Quando parliamo di proteine alternative noi intendiamo proteine plant-based, quindi la carne vegetale, la fermentazione che è una tecnica che si conosce da millenni e che oggi ha delle potenzialità molto interessanti e la carne coltivata che nel nostro paese non viene vista di buon occhio, ma insomma la situazione non è non è uguale in Europa e nel resto del mondo.

Io mi occupo di tenere rapporti con le varie agenzie, con i giornalisti di tutta Europa, dove la situazione è molto variegata perché appunto ci sono tantissimi Paesi che hanno posizioni molto diverse su questo tema, e quindi non è facile da questo punto di vista.

Io ho due domande per te, partendo da questo punto e facendo un passo indietro. La prima, come mai hai scelto proprio questo lavoro, qual è la tua storia, le tue esperienze pregresse. E la seconda, che si ricollega in realtà al tuo lavoro attuale: l’ultima cosa che ci hai raccontato è la tua visione, com’è secondo te la visione degli altri Paesi europei in merito alle alternative alla carne e alla carne coltivata ancora ancora più nello specifico.

Io ho iniziato a fare delle scelte di consapevolezza alimentare molto prima di trovarmi a decidere cosa fare da grande, quindi ho iniziato a limitare fortemente e a non consumare carne intorno ai 14 15 anni. All’epoca non c’era sicuramente la consapevolezza che c’è adesso, non c’erano i social, quindi era una scelta abbastanza forte soprattutto per una per una ragazzina che viveva in un paesino della provincia di Cuneo, quindi è stato un viaggio interessante.

Io vedo che adesso siamo decisamente in un’altra posizione: io ho una figlia di 8 anni, anche lei non mangia carne, ma vedo che sia da parte dei compagni di scuola, che dagli insegnanti, che dai genitori dei suoi amici c’è una un’apertura, un’accettazione decisamente diversa rispetto a quella che ho sperimentato io.

Quindi, appunto, mi sono avvicinata prima di tutto a determinati valori, a determinate convinzioni, e poi ho scelto un percorso di studi che andava nella direzione della comunicazione in realtà il mio focus è stato prima sull’ambiente quindi io ho studiato giornalismo ambientale nel Regno unito e ho lavorato per un po’ li, fino più o meno alla Brexit quando poi sono tornata in patria e mi sono occupata di comunicazione nel vino, quindi ho avuto modo di lavorare anche nel settore della comunicazione ma relativa al all’agricoltura. È stato comunque molto utile perché mi ha dato modo di sentire e vedere e capire anche l’altra parte.

La pandemia poi segnato uno spartiacque perché mi sono resa conto che stavo svolgendo un lavoro che comunque pur essendo molto interessante, pur dandomi molto, non era completamente allineato con quello che mi sarebbe piaciuto fare con il mio tempo e le mie abilità.

Mi sarebbe piaciuto che questo tempo potesse creare un impatto positivo, quindi ho approfittato  di tutta la consapevolezza che è emersa da più persone durante gli anni della pandemia per fare questo cambiamento, e ho iniziato a lavorare per un’associazione no profit che si occupa di benessere animale e di proteine alternative in Asia.

Dopo circa un anno ho incrociato la strada del Good Food Institute che cercava appunto una persona che si potesse occupare dei rapporti con la stampa a livello europeo ma soprattutto italiano, perché il nostro Paese era in una situazione un po’ particolare – e qui mi collego alla seconda domanda – quindi c’è un po’ questa atmosfera di ostilità nei confronti del delle proteine alternative legata a più fattori, ovviamente non solo puramente politici, ma c’è una grossa componente culturale, che sono tutti fattori perfettamente comprensibili.

Quello che ho avuto modo di notare è che appunto a livello europeo la situazione è molto variegata, quindi se abbiamo Paesi come l’Italia – in misura minore la Francia e alcuni Paesi dell’Europa orientale, quindi la Romania, Ungheria – che sono magari un po’ restii a cogliere poi le opportunità che questo settore può offrire – perché alla fine si parla di quello, si parla appunto di opportunità non ancora esplorate – dall’altra parte ci sono Paesi invece come la Germania, il Regno Unito, l’Olanda, un po’ tutta la Scandinavia, quindi tutti i Paesi nordici che invece sono forse più pronti da questo punto di vista a livello sia culturale che commerciale che politico, e quindi vedono nel settore del della carne piuttosto che la carne coltivata un’opportunità più che altro di diversificare la produzione.

Non si parla di sostituire determinati prodotti sugli scaffali dei supermercati dall’oggi al domani perché sarebbe impossibile, ma di intraprendere un percorso che porti a una diversificazione con l’idea poi di raggiungere determinati obiettivi.

È interessante vedere appunto come i Paesi europei si stanno muovendo in direzioni un po’ opposte da questo punto di vista, ed è soprattutto interessante vedere la l’atteggiamento dei governi che decidono di supportare questo settore con degli investimenti importanti anche dedicati proprio agli allevatori.

Proprio oggi leggevo un articolo, che credo sia uscito oggi che siamo l’otto gennaio, sulla Veg War in Olanda, in cui il governo olandese ha dato l’ok per poter chiamare con appellativi legati tradizionalmente alla carne, dei prodotti vegetali. In Italia il ‘burger’ vegetale lo vogliamo chiamare ‘dischetto’ vegetale. Là la visione è molto più aperta

Si dà un po’ per scontato che il consumatore possa essere tratto in inganno quando in realtà se c’è una dicitura “100% vegetale” sulla confezione va da sé (tutti gli studi che sono stati fatti e un po’ le ricerche di mercato mostrano) che i consumatori non sono confusi da questo tipo di etichettatura, anzi, la nostra ricerca come Good Food Institute ha evidenziato che l’Italia è il terzo mercato per i prodotti vegetali, proteine vegetali, in Europa e che i consumatori che consumano questo tipo di prodotti lo fanno regolarmente; quindi magari la prima volta ti puoi ti puoi confondere, ma se continui a consumare questo tipo di prodotti, evidentemente non sei confuso, anzi vai proprio a ricercare questo tipo di prodotto.

Si dice che l’Italia sia estremamente legata alle proprie tradizioni culinarie, che è vera questa cosa, però dall’altro lato quello che ora noto io è che si sta andando verso una direzione di apertura verso quelli che sono gli alimenti che vengono chiamati alternativi. Basta pensare che l’Italia in Europa è il secondo paese per consumo di sushi, che non fa parte della cultura italiana il sushi, per cui in realtà l’apertura c’è, la consapevolezza c’è, e non è un nome a far confondere  il consumatore. Prima io ho notato una cosa, ovvero che hai detto che hai una figlia di 8 anni che non mangia carne, penso che abbia seguito un pochino le tue orme e ricollegandomi al fatto che si dice appunto “l’Italia è legata alla propria tradizione, la tradizione italiane è fatta di carne” voglio chiederti come la vivete, in famiglia, questa scelta che può sembrare così fuori dagli schemi e che in realtà forse fuori così tanto fuori dagli schemi non è? Come la vive lei, come è stata gestita la cucina in questo senso?

 Per fortuna sia io che il resto della sua famiglia, gli stessi nonni hanno aiutato anche loro a variegare molto l’alimentazione, quindi da questo punto di vista è stato un bene anche per loro. Devo dire che non ho notato particolari problemi né dal punto di vista sanitario, ovvero nessuno dei suoi pediatri ha mai posto delle obiezioni a questo tipo di alimentazione, forse aiutati dal fatto che ovviamente non le viene imposto come una sorta di dogma, quindi le è stata anche data la libertà fuori casa di assaggiare qualora volesse assaggiare quindi non è stata vissuta come un’imposizione, e né da un punto di vista scolastico.

Il servizio mensa ci è venuto incontro tranquillamente nel mettere a disposizione un menù vegetale che, tra l’altro, non so se tutti lo sanno ma è un diritto previsto dalla legge: nel momento in cui viene fatta richiesta deve essere severamente accolta, perché fa parte di menu etico religiosi quindi viene è equiparato a diciamo un menù religioso, ma è un menù etico appunto, quindi è possibile richiederlo in qualunque momento. Moltissime ricette della tradizione possono ormai essere tranquillamente proposte in versione vegetale grazie alla varietà di prodotti che ci sono a disposizione sul mercato grazie un po’ anche di creatività.

Quindi noi facciamo le lasagne col ragù vegetale, o al pesto insomma mangiamo veramente in maniera molto normale, molto tradizionale anche perché mia figlia ama la pasta in tutte le sue forme, quindi è proprio impossibile sfuggire da lì.

Se un domani lei deciderà di volerla provare o di volerla inserire nella sua alimentazione sarà liberissima. Finora devo dire che è abbastanza d’accordo con le motivazioni etiche alla base.

Credo che comunque tu sia molto brava perché riuscire a far passare un messaggio come quello appunto di scegliere delle alternative a quello che può essere carne. C’è una consapevolezza dietro, una scelta etica, che è quello che ti ha portata a scegliere il lavoro che fai adesso proprio una come una missione.

Quindi ti faccio una piccola domanda, ed è: se tu pensassi ad un mondo che ti piacerebbe un domani e per cui magari stai anche lavorando, per arrivare a questo mondo del domani, come lo vedi, come lo immagini?

 A me piace molto la missione del Good Food Institute, che è quella di lavorare per un mondo in cui le proteine alternative non siano più un’alternativa, siano la scelta di default. Ovviamente è una missione molto ambiziosa e che porta con sé delle conseguenze. In generale mi piacerebbe vedere un approccio più collaborativo nel mondo dell’attivismo. Io ho avuto modo di lavorare un po’ a contatto col mondo dell’agricoltura e credo che sia completamente comprensibile da un certo punto di vista la resistenza che c’è da questo settore, perché si sta mettendo in discussione molto e credo che cercare di capire le motivazioni dell’altro deve essere una un’azione che vada in entrambe le direzioni.

Cercare di capire il punto di vista dell’altro, da dove arriva l’altro, e che tipo di preoccupazioni ci possono essere è il primo passo per cercare di costruire un’alternativa insieme.

A me è piaciuta la frase dice “Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo” cioè come siamo noi col nostro bagaglio di esperienze, col nostro punto di vista e con tutto quello che ci portiamo dietro.

“Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo” cioè come siamo noi col nostro bagaglio di esperienze, col nostro punto di vista e con tutto quello che ci portiamo dietro.

“Ascolto attivo” è un po’ la conclusione di tutto. Ascoltare, comunicare, come sai bene perché lo fai di lavoro, non è non è una cosa semplice. Prevede la comprensione, l’ascolto attivo, la comprensione dell’altro per muoversi insieme.

Prima hai parlato di cucina, appunto di tua figlia che ama la pasta, che fate le lasagne, che fate tutte queste ricette molto particolari, ma in questo veganuary in cui le persone sono chiamate ad affrontare questa transizione, questo assaggio dei piatti che non prevedono carne o che non prevedono comunque alternative animali, vuoi a raccontarci come fai, dove le inventi queste ricette?

Allora, alcune sono state appunto dei semplici adattamenti magari a delle ricette già vegetariane o anche onnivore a cui sostituiscono semplicemente gli ingredienti con le loro controparti vegetali. Appunto adesso, per fortuna, sul mercato si trova dalla panna per cucinare, piuttosto che al latte, piuttosto che ai macinati, si trova veramente di tutto. Per il resto, la cosa positiva dei social è che ci sono veramente tantissime pagine, tantissimi profili da cui prendere ispirazione, e quindi da questo punto di vista Instagram è una grande fonte di ricette nuove. Ne abbiamo provate alcune della pagina Cucina Botanica – che ringrazio pubblicamente perché è veramente una fonte inestimabile di idee per le feste che sono state molto apprezzate da grandi e piccoli -.

Per una persona come te che lavora nel digitale non si poteva tralasciare l’utilizzo positivo appunto dei social. Io ti ringrazio Ilaria per averci raccontato la tua storia, il tuo lavoro, per averci raccontato la tua etica, che traspare molto dietro tutte le tue scelte, e per averci anche dato questo consiglio di cucina.

Ti chiedo se vuoi lasciare i tuoi i tuoi contatti o raccontare alle persone dove possono contattarti nel caso abbiano qualche domanda per te o volessero approfondire.

Credo che la cosa più semplice sia LinkedIn, la mia pagina, il mio profilo LinkedIn

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